La Parashà della settimana “Yitro” (יִתְרוֹ) a cura di rav Shlomo Bekhor

La Parashà della settimana “Yitro” (יִתְרוֹ) a cura di rav Shlomo Bekhor

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Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele, bentornati all’appuntamento con la parashà della settimana, a cura di rav Shlomo Bekhor che ringraziamo.

Sappiamo che molti ebrei, soprattutto israeliani, vanno in India o in Estremo Oriente alla ricerca di “cibo spirituale” per l’anima.

Questo piccolo esodo è in parte causato da coloro che, nel divulgare la parola di Ha-Shém, ignorano o nascondono il lato spirituale della Torà e mettono in risalto solo l’aspetto tecnico e formale dell’ebraismo costituito, secondo loro, solo da tante azioni materiali: le mitzvòt, precetti della Torà.

Queste vanno naturalmente onorate e osservate con rigore, come qualunque comandamento dato da Ha-Shém, ma non vanno applicate in modo freddo e meccanico. Lo scopo intrinseco delle mitzvòt non è certo quello di farci diventare dei “robot senz’anima”.

Un ebraismo inteso in questo modo rischia di allontanare tutti coloro che cercano un profondo rapporto spirituale con Hashèm.
Mio padre disse: “Freddezza ed eresia sono separate solamente da una sottile paratia!” È detto: “Poichè l’Eterno, tuo D-o, è un fuoco che consuma”. La Divinità è una fiamma di fuoco. Lo studio della Torà e la preghiera devono essere fatti con un cuore appassionato, così che “tutte le mie ossa pronunzieranno” le parole di Dio, nella Torà e nella preghiera (Rebbe di Lubavitch, HaYom-Yom, Venerdì 16 Shvàt 5703).

Ecco perché il Rebbe di Lubavitch ci insegna che bisogna scaldare il compimento dei precetti con il “fuoco di Dio” che è la nostra anima. Dobbiamo riuscire ad “accendere l’anima”, con la parte più spirituale della Torà, senza che ciò venga ostacolato delle norme pratiche, delle azioni fisiche o dal nostro lato razionale.

Come detto dal Rebbe occorre che le preghiere e lo studio “devono essere fatti con un cuore appassionato, così che tutte le mie ossa pronunzieranno le parole di Dio”.
La figura di Moshè ci permette di comprendere come la grandezza di un leader sta nel capire di quale acqua e cibo abbisognano le pecore del gregge.

Trovare un suocero è come trovare un tesoro

Prima di diventare il leader di tutto Israèl, Moshè era un pastore.
Il Midràsh racconta come un giorno, mentre Moshè stava facendo pascolare i greggi di Yitrò nel deserto del Sinày, un agnellino cercò di fuggire. Moshè lo inseguì, finché giunse a una sorgente e cominciò a bere. Quando Moshè raggiunse il piccolo pianse: “Oh, non sapevo che tu fossi assetato!“.

Cullò il piccolo fuggitivo tra le sue braccia e lo riportò nel gregge. Disse l’Onnipotente: “Tu sei misericordioso nell’occuparti di un gregge, perciò ti dedicherai al Mio popolo di Israèl“.

L’importante lezione dell’episodio è capire come il piccolo non era scappato dal gregge per malizia o malvagità, ma perché era semplicemente assetato.

Quando un uomo si allontana da Hashem, Dio non voglia, è solo perché egli è assetato. La sua anima ha sete dei veri significati della vita, della parte più profonda e spirituale della Torà (simboleggiata dall’acqua) che permette all’anima di accendersi. Di conseguenza c’è il rischio che egli vaghi in terre straniere, cercando di placare la propria sete.

Quando Moshè comprese ciò, fu in grado di divenire il leader di Israele. Solo un pastore che non si affretta a giudicare un fuggitivo e che si dimostra sensibile ai profondi motivi della sua diserzione, può sollevarlo misericordiosamente tra le sue braccia e ricondurlo a casa.

Psicologia Di Vita

Yitrò era sorpreso dal modo in cui suo genero, Moshè, giudicava le persone. Come poteva Moshè pensare di giudicare da solo l’intera nazione? Sembrava un modo molto inefficiente! Così Yitrò suggerì di creare un formale sistema giudiziario che avrebbe lasciato Moshè libero di trattare solo i casi davvero rilevanti.

Da questo suggerimento nasce il famoso concetto di gestione aziendale “piramidale”: alla base ci sono più pietre (persone) e man mano che si sale sempre di meno fino alla cima dove c’è solo una pietra. E in cima c’è Moshè che gestisce i problemi più complicati che ci sono.

Il piano di Yitrò era di creare una gerarchia di giudici. Alcuni giudici avrebbero avuto giurisdizione su dieci persone, altri su cinquanta, cento e mille.

Moshè non discusse con il suocero, accettò il suo suggerimento e cambiò il sistema giudiziario. Almeno in apparenza. Ma tutto questo sembra piuttosto semplicistico. Certamente Yitrò non stava suggerendo nulla di nuovo! Ogni nazione ha un sistema giudiziario.

Com’è possibile che Moshè, il più grande leader che la storia abbia mai conosciuto, il profeta di tutti i profeti, non ci fosse arrivato da solo?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo comprendere quali erano i veri motivi che hanno spinto Moshè a dare attuazione al suggerimento di Yitrò. 

Yitrò vedeva la procedura giudiziaria esclusivamente finalizzata alla risoluzione delle controversie di natura patrimoniale ed economica. Egli pensava che solo le dispute su terra e ricchezza fossero ciò che conducevano le persone nei tribunali.

Yitrò pensava di “nutrire il gregge” con procedure formali e materialità. Quindi Yitrò suggerì a Moshè di allestire diversi livelli di giudici: “Tutti i casi minori essi giudicheranno e i maggiori li porteranno dinanzi a te”.

In altre parole, i casi monetari minori, le piccole rivendicazioni, dovevano essere gestite da altri giudici. Dal suo punto di vista, Moshè non doveva essere disturbato da rivendicazioni gestibili anche da giudici minori, poiché doveva gestire solo le grandi questioni monetarie, ovvero di grande quantità (Es. 18, 22).

In questo ragionamento ci sono due errate concezioni:
Il sistema giudiziario visto solamente come strumento per risolvere problemi materiali e non come uno strumento di educazione e crescita. Il parametro di misura è la quantità (grande o piccolo) e non la qualità.

Così quando Yitrò chiese a Moshè cosa stesse facendo, Moshè rispose che egli giudicava tra un uomo e il suo vicino e che in questo modo insegnava la legge di Ha-Shém. E conclude il verso che Moshè fece esattamente quello che gli aveva insegnato suo suocero (Es. 18, 24).

Quindi formalmente Moshè accettò il suggerimento di Yitrò, poiché si rendeva conto che un solo uomo non poteva adempiere ad un simile incarico. Ma come mise in pratica i suggerimenti di Yitrò, pur mantenendo i suoi ideali?

Moshè apportò un cambiamento, apparentemente lieve, ma che faceva tutta la differenza del mondo! Moshè sapeva cosa un vero pastore doveva dare da “bere al gregge”. Soddisfare la sete che l’anima ha dei veri significati della vita, della parte più profonda e spirituale della Torà (simboleggiata dall’acqua) che permette all’anima di accendersi. Quindi Moshè utilizzò la procedura giudiziaria come uno strumento educativo, nel quale le persone potevano imparare la Torà e in tal modo comprendere l’origine dei loro problemi.

I “casi complessi”, per Moshè avevano un significato del tutto diverso da quello che avevano per Yitrò. Per il primo i casi più difficili erano quelli che richiedevano migliore conoscenza e familiarità con la Torà. Questi dovevano essere portati a Moshè, per la sentenza finale, poiché erano poche le persone che conoscevano tutte le leggi della Torà come lui.
E poi il parametro di misura per Moshè era la QUALITÀ, basata sulla complessità della causa e quindi sulle ripercussioni sociali, halakhike o psicologiche di una decisione (Es. 18, 26): ad esempio una banale disputa tra famiglie rischia di dividere tutta la comunità in due gruppi; oppure una decisione sbagliata sull’osservanza di un precetto può avere ripercussioni negative per generazioni.
Non a caso egli fu chiamato Moshè il profeta e “legislatore”!
Così Moshè usava il processo giudiziario come uno strumento d’insegnamento delle leggi della Torà scritta e orale, rivelata e nascosta. Tutti argomenti di grande difficoltà che presumevano anche immensa sapienza e conoscenza che non tutti i giudici potevano avere.
Tutto questo con grande saggezza e diplomazia, senza ferire i sentimenti del suocero, ma anzi facendogli credere che stava attuando alla lettera i suoi insegnamenti.
Impariamo la psicologia della vita da Moshè: parlare poco e fare tanto mettendo da parte il proprio ego senza troppi commenti!!!

Scelta Migliore

Un famoso detto ebraico che dovremmo ripetere tutto il giorno:
“Tuyhe khakham, veal tihye zodek” ovvero “agire con saggezza è meglio, che agire nel giusto”. Essere nel giusto non sempre ci fa essere nel giusto assoluto. Può darsi che la nostra concezione del giusto sia appunto nostra e in quanto tale relativa, ma noi la trasformiamo “magicamente” nel “giusto per eccellenza”.

Ma anche se si è sicuramente nel giusto non è detto che agire nel giusto ci dia il migliore risultato nella vita. È giusto pensare di non fermarsi a un incrocio dove si ha la precedenza e poi essere tamponati, perché chi doveva fermarsi, non l’ha fatto! Non aiuta sempre avere la ragione, essere nel giusto, specialmente se ci si trova in motocicletta o in una piccola vettura…!

Al massimo a questo “giusto” gli faranno in paradiso una bella corona con su scritto: “morto con la ragione dalla sua parte”. Perciò ricordiamoci da Moshè di cercare sempre il comportamento più saggio e non quello più giusto. Può sembrare giusto risolvere i problemi materiali considerati spesso i più urgenti, mentre si tralasciano le questioni spirituali che in fondo non danno da mangiare… Non cerchiamo di difendere sempre la nostra tesi. A volte abbassare l’orgoglio e dire “si hai ragione te…” può farci solo bene.

Nuovo Mondo

Presto arriveremo a un mondo dove ci sarà più invidia e orgoglio, gli uomini si ameranno e rispetteranno senza limiti. Non dovremo più faticare per cercare la pace famigliare e nel mondo.
Facciamo gli ultimi sforzi e dimostriamo che il mondo è già rettificato e pronto alla redenzione, impegniamoci a seguire l’esempio di Moshè con amore e rispetto per lo suocero, anche se straniero, così potremo avere la rivelazione della pace eterna con Mashiakh. Presto nei nostri giorni, amen.

Rav Shlomo Bekhor

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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