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La Parashà della settimana “Bo” (בא, Entra) a cura di rav Shlomo Bekhor

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Shabbat Shalom, amici cari. Di seguito trovate la Parashà della settimana, a cura di rav Shlomo Bekhor. Il titolo è: “Bo” (בא, Entra).

Solo dopo la nona piaga, con il paese devastato, il Faraone dice a Mosè di andare via assieme gli adulti e ai bambini, a eccezione del bestiame che deve rimanere in Egitto.

Mosè gli risponde: “Tu stesso ci darai in mano i sacrifici e olòt che immoleremo ad Hashèm nostro D*o e anche il nostro bestiame verrà con noi, non ne rimarrà uno zoccolo, poiché lo prenderemo per prestare culto ad Hashèm; noi non potremmo sapere con che cosa presteremmo culto a Hashèm finché non arriveremmo là”.

Mosè sta facendo una strana discussione col Faraone: Abbiamo bisogno di tutto il nostro bestiame con noi, perché non siamo sicuri di come adoreremo D*o, finché non arriveremo alla nostra destinazione. Forse D*o ci chiederà più bestiame da sacrificare di quello che abbiamo nostro di proprietà.

Cosa significano le parole di Mosè? Perché il Faraone non gli ha risposto di chiedere a D*o di quanti bovini avessero bisogno? E perché, dopo le parole di Mosè, il faraone ha improvvisamente cambiato atteggiamento ed è ritornato a essere ostinato?

Rabbi Yitzchak Meir Alter, noto come il Chidushei HaRim, offre un’interpretazione interessante: le parole di Mosè “non sappiamo come adoreremo Dio fino a quando arriveremo là” non erano destinate solo al Faraone, ma anche a tutti gli ebrei di ogni generazione fino alla fine dei tempi.

Secondo Rabbi Yitzchak Meir non c’è modo di essere consapevoli di ciò che realmente consiste servire Dio “fino a quando arriviamo lì”, cioè fino a quando non saremmo in grado di conoscere il pieno significato delle nostre vite qui, in questa terra.

PICCOLE GESTA FANNO LA STORIA

Tentare di comprendere quello che Dio vuole da noi è un esercizio seducente, ma in questo modo rischiamo di creare solamente una falsa rappresentazione della “presunta volontà di Dio”. In verità così Mosè ha detto al faraone “noi non sappiamo come adoreremo Dio fino al nostro arrivo”. Questo significa che non possiamo mai sapere pienamente cosa Dio vuole da noi; come vuole che lo serviamo.

A volte, noi tutti, dobbiamo accettare la possibilità che D*o abbia progetti molto diversi per noi, a volte, anche contrari a quelli che sono i nostri desideri o convinzioni.

Allo stesso modo, spesso minimizziamo le nostre piccole azioni e le nostre piccole vittorie, come cose insignificanti, “notizie non adatte alla stampa”. Riteniamo che un’azione significativa sia solo quella pubblicizzata sui siti web, sui giornali, su Facebook e su Twitter. E poi spesso viviamo in una società in cui il grande valore è misurato dall’apprezzamento degli altri.

Ma non è sempre così. Ciò che a noi sembra piccolo e insignificante, può un giorno apparire fantastico e incredibilmente forte. “Non sappiamo come adoreremo Dio fino a quando arriveremo là”. Quando “arriviamo là”, il mondo a venire nell’aldilà, o il futuro mondo di Mashiach (che sarà molto presto in questo mondo fisico), solo allora potremmo vedere le cose come sono. La lotta più apparentemente futile potrebbe rivelarsi la sfida più importante della vita.

Il servizio di D*o inizia, prima di tutto, nell’intimità del cuore umano: quando evitiamo di imprecare, perdere la pazienza o urlare. Tutte cose che non saranno mai riportate come eventi eccezionali, ma ciò nonostante, sono l’essenza del servire D*o. Ci sono tanti riferimenti Talmudici che appoggiano questa affermazione. Una delle tante: “Il mondo sta in piedi grazie all’uomo che chiude la bocca in una lite (o provocazione) con la moglie…”

Tendiamo a non apprezzare le nostre piccole vittorie: o siamo degli eroi, oppure dei perdenti, ma questo non è vero! Ridurre un istinto negativo, rompere una cattiva abitudine, fare un favore a un’altra persona, dire una benedizione prima di mangiare il cibo o recitare un capitolo di Salmi con fervore; queste sono le cose del servizio divino che rappresentano lo scopo dell’esistenza umana.

Sottosopra

Il Talmud racconta il seguente episodio (Bava Batra 10b):

“Yossef, figlio del rabbino Yehosua, si ammalò, perse conoscenza e arrivò molto vicino alla morte. Oggi la chiamiamo esperienza di pre-morte. Quando è tornato in vita, suo padre gli ha chiesto cosa hai visto “dall’altra parte”.

Yossef ha risposto: “Ho visto un mondo sottosopra: quelli che sono importanti e superiori in questo mondo, sono finiti in basso nel mondo reale, quelli che sono umili in questo mondo, sono superiori nel mondo reale”.

Suo padre gli disse: “Hai visto un mondo chiaro, non un mondo sottosopra! Noi siamo quelli che vedono il mondo sottosopra!”

Nel nostro mondo spesso giudichiamo quale sia il modo giusto per servire D*o, così è come mettere il servizio divino in una scatola. Tuttavia, se nel nostro mondo, alcune cose possono sembrare estremamente importanti, nell’altro mondo non lo sono affatto. Viceversa, nel nostro mondo possiamo guardare un atto e sentirlo privo di valore, ma in Cielo quell’atto potrebbe avere una grande importanza.

Il Maimonide scrive (Leggi di Pentimento cap 3, 4):

“Una persona deve vedere se stesso e il mondo come ugualmente equilibrati su due estremità della bilancia; facendo una buona azione, si fa pendere la bilancia e si porta la salvezza e la redenzione al mondo intero”. Non conosciamo il vero significato di un singolo pensiero, parola o azione. Non sappiamo cosa consista il vero servizio di Dio, finché non arriveremo a “destinazione”.

Troppo spesso crediamo che i “grandi” siano gli unici a fare la differenza decisiva nel mondo. Pensiamo che solo un Lincoln, un Napoleone o un Einstein possono cambiare il corso degli eventi umani. Ma fu il cittadino Drouet, un modesto provinciale francese, che sventò il tentativo di Luigi XVI di fuggire da Parigi trascinando un carro attraverso una portone ad arco vicino al ponte di Varennes.

Una delle frustrazioni ma anche dei pregi dell’azione è che non possiamo conoscere l’effetto a catena di ciò che facciamo. Gli sforzi per il bene non dovrebbero mai essere visti come sprecati; la causalità è complicata e una mitzvà potrebbe cambiare il mondo, in modi che non possiamo immaginare.

La Prima Guerra Mondiale

La prima guerra mondiale iniziò nel luglio del 1914 e durò fino al novembre 1918. L’impero austro-ungarico sparò i suoi primi colpi sulla Serbia; presto la Russia, la Francia e la Gran Bretagna si unirono alla Serbia. La Germania si unì all’Austria. L’Italia, Giappone e Stati Uniti si unirono agli alleati dell’Intesa; mentre l’Impero Ottomano e la Bulgaria si unirono ai tedeschi e austriaci.

Più di 15 milioni di soldati sono morti e altri 21 milioni sono rimasti feriti, mentre milioni di altre persone sono state vittime dell’epidemia (la famigerata “Spagnola”) che la guerra ha contribuito a diffondere.

La guerra lasciò sulla sua scia tre dinastie imperiali in rovina (Germania, Austria-Ungheria e Turchia) e scatenò le forze rivoluzionarie del bolscevismo in Russia. Alla fine, la disagiata pace mediata a Versailles, nel 1919, ha tenuto a freno le tensioni, per meno di due decenni, prima di lasciare il posto alla più devastante Seconda Guerra Mondiale e all’Olocausto.

Per molte persone, la “Grande Guerra” (soprannome della 1° guerra mondiale) è sembrata venire fuori dal nulla, poiché il continente europeo stava godendo un lungo periodo di pace e prosperità senza pari.

Ma come è iniziata la prima guerra mondiale? A causa di un singolo atto da parte di una singola persona. L’arciduca, nipote dell’imperatore austro-ungarico Francesco Giuseppe e suo erede designato, si recò a Sarajevo nel giugno del 1914, per ispezionare le forze armate imperiali nella turbolenta regione balcanica. Ciò causò l’indignazione dei nazionalisti, che volevano una nazione serba indipendente e ambiziosa.

Il 28 giugno 1914, Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia stavano facendo il tour di Sarajevo in un’auto scoperta. Un nazionalista serbo, un uomo di nome Nedeljko Cabrinovic, lanciò una granata sul corteo che impiegò ben 10 secondi per detonare. L’auto di Francesco passò senza danni, mentre gli sfortunati nella macchina che seguiva i reali furono invece feriti e l’attentatore si disperse nel caos.
Cabrinovic, per punire il suo fallimento, ingoiò una pillola di cianuro che non riuscì a ucciderlo, quindi saltò in un fiume, nella disperata intenzione di suicidarsi.

L’arciduca e il suo gruppo erano oramai al sicuro, così sembrava!
Ma l’arciduca austriaco non aveva ancora finito la sua visita. Contro il consiglio di quasi tutti, Francesco ha insistito per andare in ospedale a visitare le persone ferite dalla granata, ma il suo autista sbagliò strada. L’auto finì casualmente in un caffè dove un nazionalista di 19 anni, con il nome di Gavrilo Princip, si stava godendo un panino.

Vedendo la sua opportunità, Princip sparò alla coppia reale poi girò la pistola su se stesso, ma gli fu impedito di spararsi da un uomo che si gettò sul giovane assassino. Nel frattempo, Francesco Ferdinando e Sofia giacevano mortalmente feriti, nella loro limousine.

L’Austria-Ungheria, come molti paesi in tutto il mondo, ha accusato il governo serbo dell’attacco e il 28 luglio dichiarò guerra alla Serbia. La prima guerra mondiale è scoppiata. Quattro anni dopo, decine di milioni morirono a causa della bravata non premeditata di Princip.

Una domanda a questo punto sorge spontanea: quando Gavrilo Princip ha sparato a Ferdinando, avrebbe potuto sapere cosa stava facendo? Nella sua mente stava uccidendo un nemico della sua nazione, ma in realtà, il suo atto ha innescato una guerra mondiale che avrebbe trasformato la storia per sempre!

Ecco! Ancora una volta il mondo non è stato cambiato dagli sforzi di un genio, ma dall’iniziativa, buona o cattiva, di un essere umano sconosciuto.

Batya

Ricordiamo un esempio positivo. La porzione della Torà, di due settimane fa, racconta la storia di Mosè, il più grande leader mai esistito, che libera una nazione di schiavi, li plasma in un popolo eterno, trasmette a loro e al mondo il modello divino per la vita e così modificò la storia dell’umanità per sempre.

Ma chi è il responsabile del destino di Mosè? La Torà si occupa di questo episodio solo in poche righe: la figlia del Faraone (non le viene dato alcun nome nella Torà) vede il cesto di Moshe tra le canne, mentre si fa il bagno nel Nilo, ha pietà di lui e lo raccoglie dal Nilo. Quando capisce che è un bambino ebreo assume la sua vera madre per allattarlo. Quando è abbastanza grande, viene adottato dalla figlia del Faraone nel palazzo reale e gli dà il nome Mosè.

Poteva mai immaginare che salvando quel bambino, lei stesse trasformando la storia per sempre? Stava allevando il ragazzo che avrebbe rovesciato l’impero di suo padre e la sua brutale oppressione. Mostrando compassione ha donato al mondo il dono più grande di sempre: il dono della Torà e il MONOTEISMO.

Tra Mosè e Faraone
Nell’ebraismo la vita è prima di tutto la nostra relazione intima con Dio. E così ogni atto, parola e pensiero contiene un valore profondo e genera risultati profondi.

Il faraone non può capire questo. Per lui, il destino è cieco, dettato dai semi-dei. Gli umani sono schiavi che si adattano perfettamente a un ciclo prevedibile. Non c’è scelta umana e creatività. Siamo tutti schiavi di una routine eterna. Il faraone non può apprezzare la verità articolata da Mosè: un piccolo gesto, da parte di un uomo, può costituire un balzo gigantesco per l’umanità.

Nel mondo di Mosè ogni pecora ha la sua importanza. Quando una pecora scappa dal gregge lui la rincorre lontanissimo per riportarla alla sua base. Solo per questo viene scelto come leader e redentore di Israèl. Nella prospettiva divina e della Torà ogni atto è significativo o addirittura vitale.
La vita corrisponde alla celebrazione della nostra intimità e collaborazione con Dio: minuto per minuto, atto dopo atto.
Presto vedremo il valore di ogni atto e che l’insieme di tutte le opere positive permettano la rivelazione infinita del Divino nella materia, presto nei nostri giorni, amen.

Rav Shlomo Bekhor

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Basato su un discorso del Rebbe di Lubavitch MHM Shabbàt Bereshit anno 5728 (1967) e sul Chidushei HaRim Parshat Bo e uno scritto di Y.Y. Jacobson.

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