Conoscere l’Haskalà e l’Europa degli Shtetl attraverso le favole Yiddish

Conoscere l’Haskalà e l’Europa degli Shtetl attraverso le favole Yiddish

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Riprendiamo (PRIMA PUNTATA) a raccontare il mondo ebraico del XVIII secolo attraverso le “storielle”della tradizione ebraica-yiddish. “Storielle”, si fa per dire.

Parliamo, infatti, di favole e racconti intrisi di un significato assai profondo. Soltanto l’umorismo ebraico riesce a illustrarci importanti concetti di vita dietro a delle “parabole” divertenti, che fanno riflettere. Per questo motivo ho pensato di condividere con voi i racconti e storielle degli ebrei, raccolti da Efim Samojlovič Rajze.

Nel 1698 nasce Israel Ben Eliezer, meglio conosciuto come il Baal Shem Tov (maestro del nome buono), spesso citato con l’acronimo BeSht, che propone una revisione del dogmatismo ebraico. Piuttosto di seguire ciecamente la ritualistica preferiva l’esame della vita reale.

Alla memorizzazione dei precetti talmudici preferiva la preghiera individuale e al rabbino guardiano della regola, si affianca lo tzaddik, il santo vivente capace di interpretare la Torah  e la vita. Qui nasce pure la differenza tra chassidim, i pii e i mitnaggedim (gli oppositori). I primi pervasi dal timore di D*o, rigoroso e austero, i secondi più gioiosi, cantano e ballano.

Giusto per capire questa differenza. Pensate alla storia del rebbe che versa tanto sale sul pesce e al genero che gli chiede, perchè stia rovinando quel pesce. Il rebbe  gli risponde che non è dato, a un pio ebreo, di godere dei beni di questo mondo. Quindi? Bisogna rovinare il proprio piacere. Ad esempio, salando abbondantemente il pesce.

E qui, sicuramente, vi dividerete: meglio soffrire in virtù dei principi superiori o scegliere la via più semplice?

Un’altra storiella divertente, che fa capire la differenza tra chassidim (pii) e mitnaggedim (oppositori, legati allo studio del Talmud) è quella di un mercante (reb yid, espressione che equivale un po’ al nostro “tizio”) che alla domanda: “Cosa avete da vendere?”, lui risponde “I mitnaggedim”. Quindi, shokhet, soyfer, khazn e via dicendo. In pochi istanti, fa fuori tutto il carico e guadagna una bella sommetta. La seconda volta, alla fiera gli riservano un vagone carico di chassidim, con al seguito il doppio delle provviste dell’anno prima, perchè si sa che loro mangiano parecchio. Risultato? Quando il mercante va a controllare il carico nei vagoni: trova i mitnaggedim tranquilli, a studiare la Torah, indifferenti al cibo. I Chassidim sono, invece, pieni di esigenze: bevono, mangiano, giocano a carte e chi più ne ha, più ne metta (quanto costano!).

Secondo l’autore, il chassidismo si radicò nella zona dell’Europa sotto l’influenza polacca, forse per imitare la veemenza spirituale del cattolicesimo dei polacchi, ma in parte anche perchè gli ebrei di quei territori venivano emarginati.

Quindi, se per lo strato più colto non c’era altro confronto, se non sul piano dello studio delle Sacre Scritture; per quello più vasto e meno colto, si cercava di affiancare al lavoro intellettuale anche l’immaginazione, il sentimento e la fantasia. Per le popolazioni meno colte di ebrei, la fede veniva utilizzata come valvola di sfogo alle sofferenze, in alternativa al puro talmudismo dei dotti.

Spesso gli tzaddikim vengono derisi e presi in giro. Considerati miracolatori e taumaturgi erano venerati a tal punto da essere portati in braccio o in portantina dagli assistenti, ciò per evitare che calpestassero la terra impura. Le storielle yiddish sono totalmente disomogenee, a seconda che trattino della vita dei chassidim o dei mitnaggedim.

E’ proprio mentre il chassidismo si diffonde negli shtetl, che all’interno dello stesso prende piede una nuova setta, quella dei khabadniki, seguaci del rebe Shneur Zalman di Ljadi o poi della dinastia Schneerson (dalla fine del XVIII secolo), formatasi a Lubavic, in Russia, da cui i Lubavitcher. Chiamati anche “chabad” dall’acronimo di tre sefirot dell’albero della vita: chesed, khokhmah e Binah.

Questo è anche il periodo dell’Haskalah, il movimento culturale ebraico, precursore del sionismo, diffuso tra il XVIII e il XIX secolo, che rifiutava sia l’ortodossia rabbinica che il misticismo del chassidim.

In cui la lingua yiddish esce dagli stretti confini del “mame lokshn” (lingua della mamma), inteso come slang casereccio e femminile, per assumere ruolo di portatore di innovazioni culturali e sociali.

In Russia la lingua yiddish divenne veicolo di civilizzazione. Le donne ebree imparavano quasi a memoria la tzenerene (Il Pentateuco in yiddish arricchito da numerosi commenti e parabole midrashim) pur non avendo studiato a sufficienza. Il boom dell’editoria moderna in yiddish si ha dagli anni Quaranta del XIX secolo. Molti, dunque, gli autori che abbandonarono la lingua ebraica per scrivere in Yiddish, in nome della Haskalah.

A partire da Aizik Dik, per continuare con Mendele Mokher Sefarim, Solomon An-Ski o Shalom Aleichem. Malgrado l’ondata di pogrom e la crociata giudeofoba all’indomani dell’attentato del 1 marzo 1881 in cui perse la vita l’imperatore di Russia, Alessandro II, per gli intellettuali ebrei il russo diventa la terza lingua. Le favole che vengono riportate nel volume sono state raccolte da Efim Rajze (1904-1970), tra il 1916 e il 1966, un periodo in cui gli intellettuali ebrei erano piuttosto invisi al regime staliniano, che sulle orme del nazismo si mise in marcia contro gli ebrei sopravvissuti al suo impero. Rajze non vide mai pubblicate le sue favole – tradotte in russo – e i suoi appunti vennero distrutti dallo stesso curatore, nel timore di essere incolpato quale nazionalista ebraico. Molti furono gli intellettuali, poeti e artisti che donarono a Rajze le favole.

Storie alle quali spesso venivano aggiunti elementi della fantasia slava, come: streghe, fattucchiere, ombre fantasmi e spiriti maligni. Un umorismo quello delle favole yiddish, che ha trovato libero sfogo in romanzi e racconti di Chaim Potok o Phlip Roth e nelle sceneggiature di Woody Allen.

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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