La Parashà della settimana “Vayigash” a cura di rav Shlomo Bekhor

La Parashà della settimana “Vayigash” a cura di rav Shlomo Bekhor

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Uno dei mali principali del nostro secolo è lo stress. Esso, a volte, non ha conseguenze, ma molto spesso è causa di un’infinità di disturbi psicosomatici che poi si riflettono sul nostro fisico su tanti livelli. Disturbi che potrebbero essere facilmente evitati o ignorati se il corpo non fosse in continuo stato di allerta per l’ansia.

Come sempre la Torà, che deriva dalla parola “Horaa” (insegnamento di vita), ci da la ‘cura’, offrendoci la sua medicina per questo male. Solo lavorando sul nostro approccio alla vita e sulle nostre emozioni possiamo tenere lontano il medico, molto più di quanto si creda.

Da almeno due racconti della parashà di Vayigash, di questa settimana, potremo imparare come cercare di curare lo stress, secondo la Torà.

Quando Giuseppe, il viceré dell’Egitto, si rivela ai suoi fratelli (Genesi 45,3), essi sono sconcertati che dopo ventidue anni si sono avverati i sogni del fratello piccolo, tanto ridicolizzato.

Essi si sono inchinati più volte all’ultimo carro del treno, come nei sogni. Quello sembrava un illuso sognatore, adesso comanda il mondo intero (perché l’unica fonte di cibo nel globo era solo l’Egitto). Nonostante abbiano provato a ucciderlo con le mani, poi nel pozzo di serpenti e scorpioni e infine, vedendo che non moriva, l’hanno venduto come schiavo. Pensavano di essersi sbarazzati del “megalomane fantasista”, in realtà lui è riuscito a scalare la cima più alta al mondo.

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I fratelli non riescono a parlare davanti alla sua presenza, perché capiscono che tutto è rovesciato rispetto alle loro passate certezze. Pensavano che Giuseppe fosse un falso un delatore, ma in realtà era un santo che riesce a vincere le più difficili seduzioni al mondo: riesce a rimanere sempre positivo, anche dopo dodici anni nella peggiore prigione egizia.

Giuseppe da un esempio di grande fede in Dio, non si fa prendere dalle emozioni negative della tragedia che sta passando: il figlio prediletto e più coccolato, dell’uomo più famoso al mondo (Giacobbe).

I fratelli costruiscono nella loro immaginazione un Giuseppe sbagliato. Un bel giorno vedono che è tutto vero che i sogni sono veri e che lui non è malvagio come avevano pensato. La forza di Giuseppe è nella sua fede solidissima che ha in Dio è consapevole che non si muove una foglia senza il volere del Padrone del mondo.

Questo gli permette di diventare il Viceré, poiché non cade nella tristezza, nella depressione, al contrario, rimane lucido e allegro sempre. Grazie a questa sua gioia interiore riesce a interpretare i sogni dei ministri e del Faraone. Addirittura, quando incontra i fratelli non gli accusa o rimprovera, di tutto il male che volevano fargli, invece gli dice delle parole che dovrebbero essere incise nei nostri cuori e nelle nostre menti: “non siete voi che mi avete mandato in Egitto bensì il piano divino ha voluto così per potervi mantenere. Perciò non sono affatto arrabbiato con voi” (Genesi 45,5).

Il Rebbe Shneur Zalman spiega nel Tanya (cap 11 Igrot Kodesh), in largo e in lungo, questo concetto: ogni tragedia è un piano Divino, non è casuale e porta la prova del re David che ha detto “lasciatelo perché non è lui che mi ha maledetto ma è stato Dio a dirgli di maledirmi”.

Ovvero se Dio non avesse voluto che questa offesa mi venisse data, allora avrebbe stravolto gli eventi, avrebbe fatto in modo che non mi arrivasse questa condanna. Non serve prendersela con gli uomini, perché se una disgrazia non è contemplata nel piano superiore essa non accade.

È vero che gli uomini hanno libero arbitrio, ma questo non può interferire coi piani dal Cielo. Se qualcosa non è contemplato il libero arbitrio delle persone non può fare niente. Comunque l’uomo è il messaggero di Dio e le persone buone sono scelte per eseguire le missioni positive, al contrario dei malvagi. Per cui il fatto che un uomo è scelto per fare un male è perché Dio sceglie i cattivi per eseguire le cattiverie.

Coincidenza non è una parola nel vocabolario ebraico. Nessun male ci arriva per caso. Ogni disgrazia può essere trasformata in un trampolino per cambiare, nella speranza che prima o poi capiremo il beneficio di ogni difficoltà della vita.

Come affermato anche dalla psicologia, nella vita capita spesso di costruire un mondo illusorio e farlo diventare il nostro vero mondo. Poi si soffre le conseguenze di questa mistificazione della realtà. Siamo noi che causiamo i nostri dolori psicosomatici che sono la radice di tutti i mali. Impariamo da Giuseppe che trasforma il male in bene, il buio in luce e le prove della vita in un stimolo per cambiare.


Perchè trentatré anni in meno di vita?

da questo altro evento impariamo questo messaggio:

Par’ò disse a Yaakòv: “Quanti sono gli anni della tua vita?”. Yaakòv rispose a Par’ò: “Gli anni delle mie peregrinazioni sono centotrenta. Pochi e cattivi furono gli anni della mia vita e non hanno raggiunto i giorni degli anni dei miei padri”. (Genesi 47, 8-9)

Un grande maestro chiamato il Dàat Zekenìm, citando il Midràsh, afferma che tutti i patriarchi dovevano vivere 180 anni come Isacco.

Yaakòv sarebbe stato punito per aver detto che “gli anni della sua vita furono pochi e cattivi”. A causa del mancato apprezzamento per la vita, manifestato attraverso le sue parole, Yaakòv visse trentatrè anni in meno rispetto al padre Yitzkhàk. Questi trentatrè anni corrispondono alle trentatré parole contenute nei versetti otto e nove, sopra citati.

Rabbi Chayim Shmuelevitz, citava frequentemente questo Midràsh per spiegare come tutti noi dovremmo apprezzare ogni momento delle nostre vite, anche quando ci si presentano delle difficoltà. Anche nei momenti difficili dovremmo riuscire a dire di vivere un’esistenza gioiosa. Solo sperimentando questa quotidiana gioia di vivere possiamo rifiutare l’idea che le nostre vite siano state “cattive”. Il livello più alto, a cui possiamo aspirare, è quello di riuscire a provare una gioia di vivere, così forte, da non trovarci più nella condizione di lamentarci per questioni banali.

Questo è il concetto sostenuto da Rabbi Chayim, sottinteso nel Midràsh su Ekhà, quando afferma che la VITA STESSA DOVREBBE ESSERE UN MOTIVO SUFFICIENTE PER NON avere di che LAMENTARSI, in questo mondo. Un esempio di ciò è quello di una persona che mentre sta bevendo da un bicchiere questo cade e si rompe. L’uomo potrebbe reagire irritandosi per l’incidente. Oppure proviamo ad immaginare nuovamente la scena: nell’esatto momento in cui il bicchiere cade e si rompe, qualcuno entra per comunicare, a quella persona, che ha appena vinto alla lotteria…! L’uomo sarebbe così allegramente sorpreso, dalla propria buona sorte, da essere improvvisamente incurante della perdita di un bicchiere e del fastidio di dover raccogliere i vetri e ripulire.

Allo stesso modo, chi riesce a provare gioia solo per fatto di poter vivere, per la vita in se stessa, non avrà lamentele quando le cose non prendono la piega desiderata. Questo genere di persone si sentiranno così “in alto” che nulla sarà in grado di annullare le loro sensazioni positive.

Un uomo che ha saputo applicare questo principio alla propria esistenza è Rabbi Shmuel Pliskin. Il giorno dopo aver subito un complesso intervento chirurgico, per un tumore, qualcuno entrò nella sua stanza di ospedale chiedendogli come si sentisse. Questa non è forse la domanda più appropriata da rivolgere a qualcuno che ha sei tubi nello stomaco, ventiquattro ore dopo un’operazione! Infatti la persona si pentì immediatamente di aver posto una simile domanda. Tuttavia la risposta di Rabbi Shmuel Pliskin fu: “B”H, grazie a Dio, non posso lamentarmi, sono vivo”. Quando qualcuno vive, applicando questo concetto a ogni singolo giorno, i fastidi minori sono così banali che quasi non vengono percepiti. Vivere con questa realtà, per molti anni, aiuta una persona a padroneggiare questa attitudine, allora anche i problemi più complessi possono essere gestiti quasi senza disagio.

Sorge la questione sul perché Yaakòv perse trentatrè anni a causa delle trentatrè parole di questi due versetti. Il verso otto contiene la domanda di Par’ò sull’età di Yaakòv. Perché Yaakòv viene punito anche per la domanda che gli pone il faraone? Che colpa ha che il faraone chiede i suoi anni al punto che gli vengono contate anche le parole della domanda e non solo della risposta di Yàakov?

Rabbi Chayim Shmuelevitz rispose: come scrive il Dàat Zekenìm, Yaakòv sembrava estremamente vecchio. Par’ò pensò, dunque, che Yaakòv fosse più anziano di quanto era di fatto e questa fu la ragione per la quale gli chiese l’età. Poiché Yaakòv era privo di gioia nella propria vita perché non riusciva ad accettare la morte di suo figlio Yossef, allora la sua sofferenza fece sì che il processo di invecchiamento agisse in lui più velocemente.
In altre parole è vietato trascurarsi, lasciarsi andare, cadere in depressione o perfino non combattere determinate situazioni che possono portare col tempo a una depressione. Oppure reagire in maniera sbagliata, tipo con alcool o droghe leggere, è un modo per non affrontare i problemi. Occorre cercare di risolvere le situazioni difficili senza scappare da esse. Rifugiarsi e allontanarsi dai problemi non serve a niente.
Non a caso ci racconta la Torà la durata della vita di Giacobbe per farci capire che trascurarsi, non risolvere i problemi o non accettare con cuore sereno gli eventi tragici della vita, sono reazioni che danneggiano la vita che ci è stata data per una missione.
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Ci sono molti fenomeni psicosomatici, causati da emozioni dolorose, che potrebbero essere alleviati, se una persona fosse in grado di padroneggiare il “segreto della gioia di vivere”. Di conseguenza, Yaakòv fu ritenuto responsabile di aver permesso che le difficoltà della vita gli causassero così tanto stress da invecchiare prematuramente.

La quantità di stress che una persona sperimenta, in ogni situazione, dipende dalle proprie attitudini. Più grande è la gioia di una persona nella vita, minore è lo stress che essa prova nel corso dell’esistenza. Dobbiamo sempre ricordarci di provare gioia per il semplice fatto di essere vivi ed esprimere, in questo modo, la nostra gratitudine all’Onnipotente.

Non ha caso i maestri hanno formulato il Modè Anì, la prima preghiera che diciamo quando ci alziamo al mattino: grazie Dio per averci ridato la nostra anima. Tuttavia, prima di far risuonare le meravigliose parole del Modè Anì, dovremmo riflettere, per un momento, sul fatto che è meraviglioso essere vivi oggi, così da evitare di lamentarci per tutto il resto della giornata.

Ogni volta che ripetiamo il Modè Anì con gioia ed entusiasmo stiamo aumentando il suo potere di renderci in grado di cominciare la giornata con il piede giusto e di essere FELICI SEMPRE.

Un mio proverbio che ripeto sempre: “Non sono gli eventi e renderci infelici, siamo noi che decidiamo di abbatterci di fronte agli eventi”. In altre parole: “È una nostra scelta essere felici, è una nostra scelta essere tristi

Rav Shlomo Bekhor

Photo da “Shuvaisrael”

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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