La vita nelle “Yeshivah” e i primi approcci allo studio del Talmud

La vita nelle “Yeshivah” e i primi approcci allo studio del Talmud

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Cari lettori, oggi inauguro una nuova sezione di Vivi Israele, dedicata al Talmud, l’opera omnia della tradizione ebraica. Tanti consoceranno sicuramente meglio di me il Talmud, e a loro va tutta la mia stima e considerazione; altri ne avranno sentito parlare più di una volta, ma non hanno ancora ben chiaro di cosa si tratti.

Mi sembra doveroso, a questo punto, affrontare l’argomento, perché più di una volta, parlando di Talmud, mi sono sentito rispondere: “Sì, ma io il Talmud l’ho letto”. “Kol hakavod” (tanto di cappello) verrebbe da dire. Poi, però, scopri che hanno letto un libro che parlava del Talmud: non il Talmud. E allora, tocca spiegare, che le edizioni sono (in media) di ventuno volumi.

Quella italiana, per ora, ne ha soltanto uno di volume pubblicato. Prima di provare a leggere il Talmud, però, bisogna conoscere abbastanza bene la materia; altrimenti si rischia di perdere tempo o di non capire nulla, col rischio di disaffezionarsi e lasciar perdere. Io, invece, cercherò di stimolare l’interesse verso questa stupenda parte dell’ebraismo.

Inizierò proprio oggi descrivendo lo studio nella Yeshivah, l’accademia talmudica per eccellenza e nel “bet ha midrash”, ovvero la casa dello studio. Il nostro punto di riferimento sarà Marc-Alain Ouaknin, rabbino e dottore in filosofia, che ha scritto “Invito al Talmud”.

L’ebraismo si basa sull’associazione di due leggi: quella “scritta” oppure detta “Torah shebikthav“, quindi il Pentateuco e la legge orale o “Torah Bealpeh” (letteralmente, Legge della bocca). Da quest’ultima, una volta messa per iscritto, ne derivò il Talmud che regola la vita quotidiana e rituale e il pensiero degli ebrei. Il Talmud rappresenta la produzione dei maestri dell’ebraismo: da Ezra lo Scriba (VI secolo a.e.v.) fino al VI secolo dell’era cristiana. La stesura del Talmud ha inizio nel II secolo a.e.v. e si protrae fino al VI e.v.. per la raccolta principale che è la Mishnah. I successivi commentari vengono riuniti sotto la Ghemara. L’edizione principe del Talmud, denominata Bomberg (dal nome del suo stampatore) è stata pubblicata a Venezia nel 1523 e constava di venti volumi.

La Yeshivah e il “bet ha-midrash”

La Yeshivah è la scuola talmudica, mentre la “bet ha midrash” è la sala o casa di studio. A chi volesse rivivere questa ambiente, magari tornando indietro all’epoca degli shtetl, consiglio di vedere il film “Yentl”, diretto da Barbara Streisand e tratto dall’omonimo racconto di Isaac Singer.

L’atmosfera del “bet ha midrash” è all’insegna della confusione, del baccano, dell’andirivieni di studenti, con libri accatastati sui tavoli, ammucchiati gli uni sugli altri, chiusi o aperti: dalla Torah, al Tamlud, allo Shulhan Arukh.

Come afferma bene l’autore: si scatena la “guerra del significato“, gli studenti cercano di capire, interpretare e spiegare; si dondolano, gesticolano, con ampi movimenti del pollice colpiscono il libro o il tavolo. Il rumore diventa sempre più assordante in questa folla agitata.

Troviamo coppie di bahurim (giovani): gli studenti delle Yeshivot, che tuttavia possono non essere coetanei. Giovane e anziano, infatti, studiano assieme, perché il sapere non ha età. Gli studenti dibattono e si scontrano sul significato del passo esaminato. Per alcune scuole talmudiche lo studio non è solo una scienza o un’arte, ma la manifestazione di una forza cosmica che regge il mondo.

Si fanno turni di guardia affinché lo studio non si interrompa mai, perché rischierebbe di scomparire. Il bet ha-midrash è caratterizzato da un’interrotta effervescenza. Può capitare ad esempio di trovare due uomini anziani che chiedono a un giovane “illui” (עילוי, genio) – nome che viene attribuito a studenti particolarmente dotati e con uno spirito più vicino alla genialità che alla sapienza – di fare da arbitri.

Imbattersi in studenti geniali in una yeshivah non è poi così difficile. Lo studio è quasi sempre visivo – c’è poco scritto – è per questo motivo, tra le tante doti, si sviluppa anche un’ottima memoria visiva. Si racconta di studenti in grado di recitare migliaia di pagine del Talmud oppure di recitare le parole trafitte da un ago piantato in un trattato del Talmud.

Lo racconta bene Ouaknin, quando afferma che gli studenti assumono una posizione assorta con la testa tra le mani e dopo qualche secondo enunciano il nome del trattato, recitando parola per parola il passo. Ma gli illui sono anche  eccellenti giocatori di scacchi, capaci di fronteggiare decine di avversari assieme.

Il frastuono del bet ha-midrash si interrompe all’improvviso, al passaggio del maestro che si dirige verso la parete in fondo. A quel punto, nessuno si muove e sembrano quasi trattenere il fiato. Ma studiare la Torah è un compito difficile. Secondo Rabbi Meir, ad esempio, chi smette di studiare, per (ad esempio) ammirare un albero, è considerato dalla Sacre Scritture una persona che mette a repentaglio la propria vita.

Ci sono due spiegazioni su questo detto. La prima è che interrompere lo studio per guardare un albero, è un grave errore suscettibile di mettere a repentaglio la propria vita. La seconda afferma che mette a repentaglio la propria vita chi interrompe il proprio studio alla vista di un albero, anziché continuarlo.

Fa bene lo stesso autore a definire lo studio nelle Yeshivah come il “festival della memoria e dell’intelligenza”. Un botta e risposta incalzante tra maestro e alunni. Un battere, ribattere e controbattere di citazioni tratte dai più disperati trattati del Talmud.

A un certo punto, ricordando di aver volutamente commesso degli errori – uno dei quali gli viene fatto notare da uno studente –  in maestro rimprovera gli alunni, ricordando loro che non devono mai perdere il proprio senso critico e pesare sempre ciò che il maestro dice, senza darlo per scontato: “Dormo, ma il mio cuore è sveglio“, afferma, citando il Cantico dei Cantici. “Ciò significa che non bisogna ma e poi mai smettere di esercitare il proprio spirito critico – aggiunge -. Anche un rabbi, infatti, può essere un impostore“.

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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