Home Ebraismo La logica rabbinica ovvero l’arte di sviluppare l’intelligenza pensando in modo “talmudico”

La logica rabbinica ovvero l’arte di sviluppare l’intelligenza pensando in modo “talmudico”

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Molti personaggi illustri nel campo della medicina, della scienza e dell’economia sono di origine israeliana o ebrea (tanto che si invita chi boicotta Israele, a boicottare pure i tanti ritrovati della medicina o della tecnologia “made in Israel”). Vi siete chiesti per quale motivo? Una ragione c’è.

Il segreto sta nella formazione. Ma attenzione: lo studio tout-court non basta. Non è sufficiente. Il vero studio, infatti, non è quello nozionistico (imparare a memoria la lezione del giorno), ma è quello dialettico, che apre l’intelligenza: che ci porta a scoprire, comparare, decifrare e via dicendo (quello che Edward De Bono, ad esempio, definisce “Pensiero Laterale”).

Un tipo di studio che, purtroppo, non viene insegnato a scuola; ma che ritroviamo nelle “Yeshivah”, le Accademie Talmudiche. E’ quello il metodo che alimenta l’intelligenza, la quale scorga come lava vulcanica dalla sorgente dell’intuizione, passando attraverso la mente.

All’epoca degli shtetl, ad esempio (mi riferisco al XVIII e XIX secolo) molti giovani venivano introdotti prestissimo nelle Yeshivah, ma non tutti avevano come obiettivo una carriera rabbinica. La disciplina intellettuale dello studio talmudico, infatti, era considerata un’eccellente preparazione per molte future carriere.

L’educazione della Yeshivah incoraggiava una devozione allo studio. Su quest’ultimo argomento tornerò, a breve, con un altro articolo, quando inizierò ad affrontare il Talmud. Oggi, invece, voglio soltanto inaugurare una nuova sezione del mio magazine, che chiamerò “Pensare Talmudico” e dove non mi occuperò direttamente di Talmud, ma affronterò tutte quelle tematiche legate al pensare in modo talmudico, quindi: logica, ma anche matematica, filosofia e via dicendo.

Visto che troppe parole non servono, se non a confondere le idee, per capire cosa intendo, partiamo subito da questo

Dialogo tra D*o e Mosè

D*o:Non dovrai cuocere il capretto nel latte della madre (Esodo 23:19)

Mosè: “Oh, vuoi dire che non possiamo servire carne e latticini nello stesso pasto?

D*o: “No, no. Ho detto che non dovrai cuocere il capretto nel latte della madre”

Mosè: “Ah, allora intendi dire che bisogna avere un set di piatti e posate per servire la carne e uno per i latticini?

D*o: “No, no, no. Non dovrai cucinare il capretto nel latte della madre

Mosè: “Ho capito, intendi dire che dobbiamo aspettare 4 ore per mangiare i latticini, dopo aver mangiato la carne?

D*o: “Oh, fai quello che vuoi. Intanto, lo farai comunque”.

Avete letto bene? Questo ipotetico dialogo tra D*o e Mosè è di un anonimo ed è contenuto in uno tra i testi di logica americani più autorevoli, il “Sweet Reason” (A field guide to modern logic) di Tom Tymoczko e Jim Henle. Un capitolo del libro, scritto in inglese, è dedicato proprio alla “logica rabbinica”.

L’autore spiega come la Torah, rivelazione di D*o a Mosè, rappresenti il fulcro della legge ebraica. Ma aggiunge pure come, da questo concentrato di saggezza, una lunga schiera di studiosi abbia successivamente realizzato un ampio quanto dettagliato “codice” (legislativo).

Un lavoro che ha richiesto migliaia di anni, perchè ancora oggi molte di queste decisioni prese dai rabbini del passato, restano controverse o al centro di lunghi dibattiti. Da ciò risulta che le disposizioni contenute nel Tanakh, successivamente inserite nel Talmud e nel Midrash e altri testi, non sono interpretate in maniera estensiva. Spesso sono incomplete o contraddittorie e spesso i rabbini si esprimono sulla base della logica o di principi ermeneutici.

Ci sono almeno tre sistemi di logica rabbinica, ma le tredici regole di Rabbi Yishmael sono in assoluto le più usate. Non le affronterò tutte per evitare una massacrante lettura, ma prometto che le tratterò più in avanti, perchè meritano davvero e sono al centro del midrash.

Una, però, è la seguente: il Levitico (18:6) afferma che non si possono sposare persone con le quali si hanno legami di parentela. I successivi versi illustrano tutta la lista di parenti che non si possono sposare: padre, madre, sorelle, fratelli e via dicendo. Ma da nessuna parte compare il cugino (o la cugina). Dunque: da una parte il Levitico afferma che non si possono sposare i parenti, ma dall’altra non fa riferimento ai cugini. Che fare?

Ecco che ci viene incontro la regola numero 4 di Rabbi Yishmael, chiamata anche “klal u’prat” (per semplificare), dove “klal” è la regola generale; “prat” è una specificazione della prima regola (quindi, particolare). Esempio: se dico “animale” e “capra” nello stesso contesto: animale è la regola generale, capra quella particolare. Stesso discorso può valere per “vegetale” e “carota”.

Questa regola interpretativa viene applicata quando la Torah dispone una regola generale, seguita da una specifica. Quando la Torah agisce in questo modo, dunque, è perchè vuole limitare la questione al caso di specie. E’, dunque, il nostro caso, dove la Torah – tornando al discorso di prima – vieta i matrimoni tra consanguinei, ma successivamente elenca quali e i cugini non compaiono.

La regola numero 5, invece, è opposta: “prat u’klal”. Per dirla in breve è la regola che va dal particolare al generale. Anche in questo caso, dunque, abbiamo una statuizione generale ed una particolare; ma quest’ultima viene per prima.

Così come una una categoria generale seguita da uno specifico esempio, limita la questione al caso specifico; così il caso specifico seguito dalla categoria generale… viene assorbito dal generale e non dispone per il caso specifico. Es. il genitore che dice al figlio: “No, adesso non puoi vedere la televisione” (caso particolare); regola generale: “Niente televisione, prima delle 17 nei giorni feriali”.

Sono migliaia i quesiti che vengono sottoposti ai rabbini per interpretare nel modo corretto la Legge e ogni volta nasce il dubbio, ma quale delle tredici regole applicare?

Esempio: il Deuteronomio (22:11) afferma: “Non porterai vestito di tessuto misto, fatto di lana e di lino”. Ma se uno volesse indossare pantaloni di velluto fatti al 75% di cotone al 25 di poliestere? E’ permesso? Quale dei 13 principi di Yishmael va applicato? E quello applicato sarà pure quello giusto?

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