Hassidim o Mitnaggedim? Quando l’intelletto si scontra con la passione

Hassidim o Mitnaggedim? Quando l’intelletto si scontra con la passione

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In questi giorni vi è stato un gran parlare in Israele, dopo alcune rivolti di ebrei utraortodossi che si sono ribellati contro la legge che li obbliga a prestare servizio di leva nell’Idf. Un’annosa vicenda che contrappone gli “ultrà” religiosi alle istituzioni. Bene con il servizio di oggi vogliamo parlare della nascita degli “hassidim” (i pii), in contrapposizione a mitnaggedim (oppositori). I primi ultra passionali, diciamo così; i secondi più fedeli all’intelletto. Una sfida che si è affacciata alla fine del XVIII. Un raffronto che è spiegato molto bene nel libro “Breve storia dell’ebraismo“, di Lavinia e Dan Cohn-Shebork. Buona lettura.

Gli ebrei in fuga dalle persecuzioni, ed espulsioni, del Medioevo si stabilirono in Germania, Austria e Polonia. Gli ebrei, i cui antenati si erano stabiliti nell’Europa nord occidentale cristiana, nel medioevo, erano noti come ashkenaziti.

Dal IX secolo, Ashkenaz venne identificata con la Germania. Gli ashkenaziti avevano una liturgia diversa rispetto agli ebrei spagnoli, nordafricani e orientali. Erano noti per lo studio del Talmud; componevano inni liturgici noti come piyyutim e selihot (preghiere penitenziali). Il loro rito venne detto: minhag polin (uso polacco) ed è ancora oggi alla base del culto sinagogale.

Polonia e Lituania diedero una base sicura all’esistenza comunitaria degli ebrei. Laggiù lavoravano come amministratori delle terre o esattori ed erano la via di mezzo tra la nobiltà e il contado. Lo yiddish era la lingua comune, mentre i rabbini dirigevano i tribunale religiosi e le yeshivòt, le accademie talmudiche.

All’inizio del XV secolo la comunità polacca contava tra le dieci e le quindicimila persone. Malgrado alcune forme di discriminazione, tipo indossare abiti particolari o l’accusa di usare sangue cristiano per impastare il pane della Pasqua, l’Europa orientale diventa un grande centro di studi ebraici. In questo clima di crescita vanno, tuttavia ricordati i massacri di Bogdan Chmielnicki, eletto capo dei cosacchi nel 1948, che guidò una rivoluzione contro la nobiltà polacca.

Gli ebrei che amministravano i loro possedimenti, morirono a migliaia: si pensa ad un quarto dell’intera comunità; mentre altri vennero venduti come schiavi nei mercati di Istanbul. Anche all’inizio del XVIII la vita ebraica in Polonia continua a essere insicura, specie negli shtetlakh i piccoli villaggi di campagna. Tra il 1730 e il 1750, ad esempio, i cosacchi invasero l’ucraina, rapinando e assassinando la popolazione ebraica. 

Il movimento hassidico

Il movimento hassidico viene fondato da Israel Ben Eliezer (1700-1760) detto anche Ba’al Shem Tov (padrone del buon nome) o Besht. Su di lui si sa poco. Sarebbe nato a Okup, nei Carpazi. Pare che lavorasse come macellaio rituale o maestro di scuola. Malgrado non fosse uno studioso eccezionalmente colto, i suoi insegnamenti vennero raccolti e pubblicati in ebraico rabbinico.

Secondo Besht: la vera devozione a D*o val di più dello studio rabbinico tradizionale. Secondo lui, non conta quanti precetti compi, ma con quale spirito li compi e non c’è spazio per D*o in chi è tutto pieno di sé. Per lui lo studio della Torah doveva essere un esercizio di davekut (devozione) e ogni aspetto della vita quotidiana deve essere compiuto in spirito di culto per servire D*o.

Si dice che Besht fosse solito fumare una pipa e fare gesti selvaggi per concentrarsi, gesti che giustificava dicendo che se un uomo sta annegando non si vergogna di gesticolare affinchè altri vengano a salvarlo. I suoi seguaci vennero chiamati hassidim ovvero pii. Dopo la sua morte, nel 1760, il movimento si diffuse ovunque in Polonia.

La figlia sposò Baruch lo tzaddiq, guida religiosa, di Medzibozh e fu nonna di Nahman di Breslav. A Besht seguì Dov Baer, il maggid (predicatore) di Mezhirech (1710-1772). Le idee hassidiche si diffusero velocemente, tanto che all’inizio del XIX secolo è probabile che circa metà dell’ebraismo dell’Europa orientale avesse aderito a questo movimento.

Lo hassidismo si presenta come reazione all’eccessivo intellettualismo degli studi talmudici. La “simhah” (gioia) e la “hitlahavut” (entusiasmo) entrano a far parte dell’esperienza religiosa della gente comune. Elemento importante è la “devekut” (attaccamento).

D*o deve sempre essere tenuto presente, perchè è ovunque nell’universo. Nasce anche la dottrrina dello tzaddiq, la guida spirituale, grazie alla quale il singolo hassid si avvicina a D*o. Lo tzaddiq tiene udienze pubbliche, dà consigli individuali ed è mantenuto dalle donazioni dei fedeli.

Molte comunità vennero decimate con l’Olocausto, ma ne sopravvivono ancora molte in Israele e negli Stati Uniti. I loro usi non sono moto cambiati, solo che oggi lo tzaddiq si chiama rebbe. In Israele preferiscono chiamarlo admor acronimo ebraico per: nostro signore, nostro maestro, nostro rabbino. I membri delle sette hassidiche hanno cappelli neri, portano la barba e i cernecchi; indossano vestiti neri e camicie bianche con frange rituali in vista.

Di sabato, invece, indossano caffettani neri di seta su pantaloni e camicia e cappelli di pelliccia detti “shtreimel“. Le donna hanno abiti fino al collo che coprono polsi e spalle. Quelle sposate hanno la testa coperta spesso con una parrucca detta “sheitel“. Fra i gruppi hassidici più noti: Lubavitch, Satmar, Vizhits, Belz, Bobover e Gur Hassidim. Secondo gli hassidim, il rebbe quando parla è ispirato da D*o. Alcuni compongono anche melodie, perchè musica e danza sono considerati importanti per l’elevazione dell’anima.

I Mitnaggedim

Verso la fine del XVIII secolo, i fautori dell’antico e onorato ebraismo rabbinico organizzano una campagna di protesta contro gli hassidim. Questi tradizionalisti vengono chiamati “mitnaggedim” (oppositori), in quanto si opponevano alle innovazioni del Ba’al Shem Tov. I primi disapprovavano le deviazioni hassidiche del libro di preghiere ashkenazita ed erano preoccupati dal sorgere di shtiblakh, piccole case di culto separate dalla sinagoga principale.

Rifiutavano la venerazione degli tzaddiqim e il fatto che trascurassero l’attento e assiduo studio della Torah. I tradizionalisti lituani, a Vilna, guidati da Elia ben Salomon Zalman, il Gaon di Vilna, cercarono di combattere le dottrine del nuovo movimento che si stava espandendo anche in Lituania. Elia ebbe fama di bambino prodigio, maestro di scienza talmudica e kabbalistica.

Si dice che dormisse solo due ore per notte, non vedeva nessuno e continuava a studiare avvolto nei suoi scialli di preghiera. Disapprovava l’esuberanza degli hassidim, a favore di uno studio serio e devoto della halakah. Sosteneva che solo le cose ottenute dopo aspra battaglia e con dura fatica hanno valore. Il confitto tra le due fazioni fu molto aspro. Viene considerato il padre della critica talmudica e figura centrale nella rinascita dello studio rigoroso del Talmud.

Lo Shtetl

Lo shtetl è una città popolata in maggioranza da ebrei, tra i mille e i ventimila abitanti, che fornì una schema di vita regolare agli ashkenaziti, tra i XVII e il XIX secolo. Troviamo Shtetlakh in Polonia, Lituania, Russia e Impero austro-ungarico. I loro valori sono la Yiddischkeit (ebraicità) e la Menschlichkeit (umanità). In sinagoga si prega D*o e si studia la Torah. Uomini e donne pregano separatamente; ricchi, colti e rispettati siedono vicino all’Arca, mendicanti e indigeni vicino alla porta. I matrimoni vengono organizzati da genitori e dallo shadhan o paraninfo, sensale di matrimoni.

Lo shtetl inizia a scomparire dal XX secolo e l’Olocausto lo distrugge. I valori dello Shtetl, tuttavia, restano tra gli ebrei immigrati in Israele e negli Stati Uniti. Nostalgia che si riflette nei romanzi di Shalom Aleichem o nei quadri di Marc Chagall o in pieces teatrali come Yentl e il violinista sul tetto.

Gli studi talmudici

Gli studi talmudici, invece, sono preservati nelle Yeshivot, dove i ragazzi studiano con i rabbini. Tzaddiqim e mitnaggedim hanno ciascuno le proprie yeshivot. I laureati, però, non si preparavano soltanto al rabbinato. Molti si dedicavano anche a professioni laiche. La disciplina intellettuale dello studio talmudico era considerata un’eccellente preparazione per molte future carriere.

L’educazione della Yeshivah incoraggiava una devozione allo studio. Nel XIX secolo, in particolare in Lituania, nel curriculum della yeshivah viene aggiunto pure lo studio dell’etica, specie sotto la guida di Israel Lipkin (1810-1833), che introdusse testi ebraici di etica, per evitare che ci si concentrasse troppo solo sui precetti rituali. I suoi studenti passavano un’ora al giorno a studiare libri di “musar” (etica) e un mashgi’ah (supervisore) doveva controllare la crescita morale dei ragazzi.

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