La vita negli shtetl e le favole degli ebrei, un tuffo nel...

La vita negli shtetl e le favole degli ebrei, un tuffo nel passato

1819
0
SHARE

La prima volta che ho letto una “storiella” di cultura yiddish sono rimasto subito affascinato. Tanto è vero che non le chiamerei “storielle” (mi sembra riduttivo, anche se non c’è nulla di male), ma favole o racconti.

Sono poche pagine, a volte anche soltanto pochi capoversi, intrisi di un grandissimo significato, capaci di far riflettere e illuminare la mente. Non si limitano alla semplice morale, ma hanno qualcosa di più: un insegnamento spesso raccontato in maniera divertente, a volte criptica, ma sempre avvincente.

Per questo motivo ho pensato di condividere con voi, a partire da oggi (questa è la prima parte del nostro viaggio), i racconti e storielle degli ebrei, raccolti da Efim Samojlovič Rajze.

Favole, barzellette, battute, parabole e via dicendo: tradotte dall’yiddish al russo e dal russo all’italiano. Il modello è quello della haggadah (dall’ebraico: racconto) che nella letteratura rabbinica rappresenta l’insieme di racconti, parabole e proverbi, incorporati nel Talmud. Prima di tutto, però, cerchiamo di contestualizzare il momento storico e il luogo in cui vennero scritte. La “zona di residenza” è situata a cavallo tra Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Polonia e qualche governorato della Russia.

Ci troviamo negli shtetl, quei villaggi dove spesso gli ebrei lavoravano come fittavoli, curavano i rapporti dei possidenti (pan) con i cittadini; si occupavano del commercio, della produzione del vino, ma senza mai dimenticare lo studio, soprattutto quello della Torah. L’erudizione era molto più importante dell’immagine. Anzi, la cultura ortodossa, in alcuni casi, vietata pure la rappresentazione dei tratti umani nel disegno, in quanto poteva dar luogo a culti idolatri. Un ottimo sistema di aiuti e beneficenza, permetteva agli studenti, anche quelli poveri, di frequentare la scuola.

Tuttavia, le scuole religiose dell’obbligo: kheyder, talmud-torah e yeshive, indottrinavano gli allievi soltanto nelle sacre scritture. L’assistenzialismo comunitario, dunque, è vero che protegge l’ebreo – secondo Samojlovič – ma da un certo punto di vista lo schiavizza pure, anche se non sempre appare così. La vita religiosa che si svolgeva nello shtetl è raccontata bene dal poeta e letterato Abram Paperna della metà del XIX secolo, il quale descrive le quattro chiese a disposizione degli ebrei: sinagoga, bes-medresh, kloyz e oratorio dell’albo dei sarti. La sinagoga veniva gestita dal khazn, il cantore, che per sopravvivere doveva fare anche quattro lavori.

Ad esempio, il macellaio rituale, lo scriba della comunità (soyfer) o il notaio per i contratti matrimoniali, testamenti e documenti di compravendita. C’era anche la tamud-torah, scuola gratuita per i poveri. C’erano anche la prigione, il cimitero. Vicino al bes medresh c’era la casa del rabbino chiamato a risolvere problemi rituali, ma anche a dare consigli o a risolvere dissidi economici e rituali. A lui si rivolgevano pure i cristiani del luogo se avevano conflitti con ebrei.

E sono proprio i rabbini, spesso, i protagonisti delle favole con il loro potere potere giudiziario e amministrativo che li porta persino ad accusare D*o oltre ai tribunale statali russi. Un esempio, quando la balia che aveva a carico il bambino la cui mamma era morta quando aveva appena tre mesi, decise di non accudire più il piccolo. Ci vollero vent’anni per la sentenza che obbligava la balia a finire di allattare quel bambino.

Nel suo racconto, Paperna descrive poi i kloyz, le uniche costruzioni in pietra dello shtetl, che venivano utilizzate come casa di preghiera del patriziato, dei cittadini più istruiti, delle persone pie, dei benefattori e della gente bella o cosiddetta di “seta” (scheine, seidene menschen). Nel kloyz gli uomini potevano studiare la mishnah, la gemarah o l’haggadah. Laggiù si riunivano gli intellettuali per discussioni su politica o religione.

Nei kloyz c’erano anche studenti provenienti da fuori: bakhorim (se erano celibi) o porushim (se erano sposati) che venivano ospitati dalle famiglie della zona che aggiungevano un posto a tavola, ma potevano anche accomodarsi nello stesso kloyz, dove trovavano libri e candele gratis.

Spesso gli studenti si cimentavano nelle dispute più assurde. Da quella dell’ago che consisteva nel perforare a caso una pagina del Talmud e citare tutte le parole che l’ago infilava, passando tutte le pagine successive. Un altro virtuosismo consisteva nel recitare il verso delle Sacre Scritture al solo suono delle vocali. I più bravi, se erano celibi, potevano contare sulla visita di qualche mediatore, shadkhonim, inviati dai migliori uomini della comunità per darli come sposi alle proprie figlie.

Sul “mercato dei fidanzati” le quotazioni più alte erano per i giovani di erudizione e ingegno indiscutibile. Poco contava la ricchezza della famiglia o la capacità dello sposo di procurare il necessario mantenimento alla famiglia.

Tanto è vero che non di rado i giovani, durante la cerimonia di nozze erano chiamati a sostenere un esame. Un giorno accadde che lo sposo non riuscì a rispondere alle domande del rabbino, ma ci riuscì un altro giovane presente e la sposa venne data a lui, anzichè all’iniziale futuro marito. E così il suocero, contento di aver affidato la figlia a un giovane erudito, si impegnava parte della sua proprietà e il kest ovvero il sostentamento completo per un certo numero di anni.

Alla barzelletta ebraica era permesso ciò che all’ebreo osservante era vietato. Spesso la barzelletta banalizzava gli atti di D*o e D*o stesso. Come quella di Kolev Letz a cui faceva pena D*o, perchè aveva fatto bancarotta. Come facevano, però, le uscite a superare le entrate? Le preghiere, le buone azioni degli uomini e lo studio della Torah rappresentavano le entrate; la legna per riscaldare l’inferno e bruciare i peccatori.

E che dire di Herschele che un giorno scrisse a D*o dicendo che lui e la sua famiglia stavano morendo di fame. Mise la lettera dentro una busta con su scritto D*o e la gettò per strada. Destino vuole che quella lettera venne raccolta da un uomo ricco, che andò da Herscele, dicendogli: “D*o ti ha mandato per mio tramite questo biglietto da tre rubli”

Nel 1698 nasce Israel Ben Eliezer ovvero il Baal Shem Tov (maestro del nome buono), spesso citato con l’acronimo di BeSht, che propone una revisione del dogmatismo ebraico.

Ma qui ci torneremo nella prossima puntata.

In copertina: Saatchi Art, Eduard Gurevich

SHARE
Previous articlePresident Rivlin addresses event in memory of Israel’s Ninth President, Shimon Peres
Next articlePM Netanyahu’s Remarks at his Meeting with Colombian President Santos
Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

NO COMMENTS

LEAVE A REPLY